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Nella prima metà del XVI secolo Loro visse un periodo di relativa tranquillità durante il quale, venuto a decadere il potere degli antichi signori, consolidò i suoi possessi di libero comune. Il territorio lorese era diviso in tre senaite o circoscrizioni: la prima senaita andava dalla porta di S.Benedetto (attuale Porta Pia) alla chiesa di S.Basso (nei pressi della chiesa della Madonna delle Grazie), la seconda dalla chiesa di S.Basso fino a 10 canne al di là della strada che conduceva al mulino da capo (posto nell'antica Contrada del Leone o Piana del Fiastra che nel XVIII secolo assunse il nome di Contrada Grazie), ed infine la terza dal mulino da capo al cosiddetto territorio “di S.Benedetto”, esteso presumibilmente nelle terre un tempo appartenenti alla corte dell'abbazia di Fiastra. I quattro quartieri in cui era suddiviso il centro storico erano: S.Benedetto (forse anticamente S.Biagio, dal 1847 assunse il nome di quartiere di Porta Pia), S.Giorgio, S.Francesco (indicato a partire dalla prima metà del ‘700 come quartiere del Girone) e S.Lucia.
Oltre alle entrate derivanti dalla tassazione su terreni, case e capi di bestiame, il comune aveva il monopolio su alcuni generi alimentari e servizi pubblici che venivano dati in appalto con un canone annuo. Affittava inoltre previo bando al miglior offerente i transatti del forno, del macello, della pesa, dei mulini, dei pascoli, del macinato, del carreggio dei grani, della moderazione ossia regolazione dell'orologio pubblico, delle osterie e del libro camerale (detto anche Milione).
Poichè la terra di Loro era priva di fabbri e maniscalchi, ai forestieri che intendevano aprir bottega nel paese i priori concedevano un alloggio gratuito fuori dalle mura. Nel XVII secolo i possidenti ed i benestanti potevano vendere al minuto solo in casa propria, ma non in piazza e lungo le strada, né tantomeno far vendere merci da altri eccetto che in fiere e mercati, dove sia ai forestieri che ai paesani era concesso di vendere di tutto senza pagare tasse agli appaltatori. C'era libertà per chiunque di aprire qualsiasi tipo di esercizio, fatta eccezione per la rivendita di salumi e carne salate, che potevano essere venduti solo dall'appaltatore del cosiddetto bottegone comunale.
I pescivendoli, che provenivano soprattutto da Porto S.Giorgio, vendevano il pesce in piazza rispettando le tariffe fissate dai priori. Prima di essere esposto in piazza il pesce doveva essere portato subito in pescheria, pesato sulla bilancia pubblica e venduto secondo la stima del grasciere. Ai compratori era fatto divieto di rimescolare il pesce nelle ceste. In tutte le cantine del paese, tranne che in quella dei Cappuccini, i priori ordinavano delle verifiche per il rilascio delle bollette che autorizzavano il trasporto della merce; ad esclusione del vino vecchio e dell'acquaticcio, ogni produzione di vino in bottiglia veniva tassata. Lo smercio totale del sale non si ebbe che nella prima metà del XIX secolo, nonostante le reiterate richieste avanzate dalla comunità al tesoriere della Marca per poterne ottenere l'appalto.
Fra le attività produttive erano al primo posto l'agricoltura e l'allevamento, mentre le attività artigianali si limitarono sempre ad una produzione destinata al consumo locale.
Fermo imponeva numerosi gravami di tipo istituzionale, amministrativo e fiscale che condizionavano fortemente la vita amministrativa e civile dei 48 castelli che formavano in età moderna il suo contado. Quest'ultimo, istituzione di età comunale generale e diffusa in tutta la Marca, era stato riconosciuto dal restaurato governo pontificio in seguito al crollo dei regimi signorili. Il regime papale lo considerava come una sorta di appendice che conferiva ricchezze e prestigio al comune e che quindi poteva essere prontamente sottratta qualora questo si fosse dimostrato insubordinato.
Nel 1537 Paolo III privò Fermo della giurisdizione sui castelli del contado che passarono sotto il controllo di un governatore pontificio e nel 1538 costituirono il nuovo stato ecclesiastico nel Piceno con sede a Montottone. Nel 1544 lo stesso Paolo III concesse in feudo al nipote Ottavio Farnese i castelli di Mogliano, Petritoli, S.Angelo, Loro e Gualdo. Fermo, tornato in possesso di S.Angelo, Loro e Gualdo nel 1547, dovette attendere il 1549 per essere reintegrato definitivamente anche di Mogliano e Petritoli.
Loro, che nel frattempo aveva raggiunto una certa prosperità economica, tra il 1548 ed il 1549 ampliò il proprio territorio con l'acquisto del castello dell'Appezzana. Nel 1570, come riporta il Fracassetti, il paese insieme a Montottone, Massignano, Ponzano, Servigliano, Altidona, Petritoli e Falerone si ribellò a Fermo ponendosi sotto il dominio diretto di Roma.
In realtà la separazione da Fermo doveva essere avvenuta già da qualche tempo, reca infatti la data del 9 giugno 1569 il breve di Pio V con cui il castello veniva eletto al rango di Terra. Il paese non godé mai di un proprio statuto, ma semplicemente del suddetto breve di Pio V che nel 1767, andato malauguratamente perduto durante un'ambasceria del curiale Domenico Leonori a Roma, venne sostituito da una copia tuttora conservata nell'archivio comunale.
Iniziava per il castello un periodo di sofferta e contrastata libertà durante il quale Fermo continuò a tutti gli effetti a far sentire la sua presenza, fatto che inasprì ancor più l'ostilità dei loresi verso la città dominante; a riprova di ciò nelle sedute dell'11 e del 25 giugno 1570 il pubblico parlamento esprimeva la volontà di essere definitivamente diviso da Fermo e di riformare il IV libro dello statuto fermano, riguardante le pene per i malefici, in quanto secondo il breve di Pio V le cause civili e criminali erano da decidersi nel castello. Dal febbraio 1571 giunsero da Fermo aggravi fiscali per finanziare la spedizione allestita da Pio V contro i Turchi, riversatisi nell'Adriatico dopo aver espugnato Malta. La comunità tentò di sottrarsi a queste contribuzioni forzose che restringevano i fondi destinati ai necessari restauri di vie, ponti e fonti.
In seguito alla morte di Pio V, avvenuta il 1° maggio 1572, Enrico Venturello fu inviato a Roma in qualità di ambasciatore per ottenere la conferma dei privilegi del breve dal nuovo pontefice, Gregorio XIII. La popolazione lorese era in quel tempo divisa da vere e proprie faide che contrapponevano le famiglie nobili locali a quelle provenienti da Fermo. Si ricordi in particolare l'odio tra i loresi Venturelli ed i fermani Francolini, che prima del pontificato di Pio V portò all'uccisione di venti persone tra membri e sostenitori delle due parti. La situazione si fece particolarmente critica nell'ottobre del 1574 quando la comunità, ancora in debito verso la Camera Apostolica del contributo di 120 fiorini richiesti per la fortificazione del porto d'Ancona, arrivò al punto da non poter pagare neppure il salario del medico. Nonostante ciò la volontà di conservare la libertà era talmente forte che il 24 dicembre 1574 il pubblico parlamento si disse disposto a vendere sino a le campane pur di non tornare sotto il giogo fermano, facendo voto di recarsi ogni anno nel mese di maggio in pellegrinaggio a Loreto.
Gli sforzi compiuti dalla comunità lorese per mantenere la propria autonomia erano tuttavia destinati ad essere ben presto vanificati. Il preannunciato ritorno del paese sotto il dominio fermano veniva sancito da Gregorio XIII con bolla dell'11 aprile 1575. Nel periodo che seguì al ritorno sotto la dominazione fermana, Loro, come le altre terre sottoposte, contribuì alle spese per la ricostruzione del girifalco fermano e del ponte sul fiume Lete al confine tra Monturano e Montegranaro.
Ai disagi derivanti dalle precarie condizioni economiche si aggiungevano i dissidi tra il preposto di S.Lucia, chiesa appar-tenente alla diocesi di Fermo, ed il priore di S.Maria, spettante alla diocesi di Camerino. La discordia tra i due religiosi, sorta nel 1574 per la precedenza da rispettare durante le processioni, si risolse solo nel 1597, quando le due chiese vennero riunificate sotto la diocesi fermana . Quello che era essenzialmente un conflitto di natura economica tra le due diocesi finì per avere gravi ripercussioni sulla stessa vita religiosa del paese. La situazione assunse un risvolto particolarmente preoccupante nel 1582, quando il priore di S.Maria si rifiutò di celebrare messa e di confessare gli uomini del paese, ridotti a vivere come animali brati.
Cercavano di colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni re-ligiose le confraternite sorte nella seconda metà del XVI secolo, tra le quali si distingueva per intraprendenza ed impegno quella della SS.Concezione. Oltre a coadiuvare i magistrati del comune nei provvedimenti per l'assistenza ai poveri, le confraternite organizzavano i pellegrinaggi annuali al convento di S.Liberato alle pendici del Monte Ragnolo e al santuario della Madonna di Loreto e spesso si facevano carico delle spese necessarie per ospitare predicatori, vescovi e legati in visita al paese. Insieme con la comunità dei Minori Cappuccini esse costituirono fino alla prima metà del XIX secolo il principale punto di riferimento della vita spirituale del paese.
Alla fine del XVI secolo si esaurì in tutta la Marca la lotta per l'indipendenza che aveva contrapposto numerosi castelli del contado alle città dominanti, mentre sorsero numerosi ed annosi contenziosi tra gli stessi per la ripartizione del carico fiscale, fino alla prima metà del XVIII secolo stabilita in base al numero dei fuochi.
Paola Consolati
Fonti
Paola CONSOLATI, Fabrina MUCCI, Claudio NALLI, Loro Piceno, Giuffré, Milano 1998
Giovanni Cicconi, a cura di, Notizie storiche di Loro Piceno, Giuffré, Milano 1958
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